" - LA GRANDE ROTTA DELLE ALPI - "
di Manlio Monti

La Grande Rotta delle Grandi Alpi

Resoconto del viaggio, dal 29 Maggio al 2 Giugno 2004

Brevissima premessa per i non addetti ai lavori.
Questo viaggio è nato sotto l?egida del BMW Motorrad Club Romagna di Forlì ed era aperto a tutti gli iscritti dei vari club d?Italia, ma non solo. Chiunque amasse viaggiare in moto, nel senso di macinare chilometri, soprattutto in montagna, e qualsiasi tipo di ?sottomarca? possedesse era il benvenuto. Devo dire che a livello di divulgazione certe istituzioni preposte di cui taccio il nome per non alimentare sterili polemiche, ci hanno un po? snobbati. Nonostante ciò la ?forza? del programma è stata tale che ha avuto un numero di adesioni ben superiore alle aspettative (questo ci ha obbligato a malincuore a dire no a persone che non erano state adeguatamente informate), adesioni che ci sono pervenute da mezza Italia e per rendere loro onore, riporto qui di seguito l?elenco dei partecipanti e la loro provenienza:

12 Andrea Martello Bologna
13 Mario Panasci Bologna
19 Paolo Tullini Bologna
01 Germano Tamburini Cesena
02 Enrica Rubboli Cesena
06 Massimo Sensini Cesena
14 Walter Zoffoli Cesena
07 Massimiliano Zoli Forlì
08 Andrea Galassi Forlì
09 Antonio Spazzoli Forlì
11 Roberto Gaspari Forlì
20 Piertito Cerasoli Forlì
21 Claudio Cancellieri Forlì
22 Gabriele Partisani Forlì
23 Elisabetta Guidi Forlì
24 Matteo Matarese Forlì
25 Fausto Flamini Forlì
26 Roberto Zampiga Forlì
27 Franco Ghiddi Forlì
28 Roberto Fantini Forlì
33 Manlio Monti Forlì
34 Roberto Reggiani Forlì
15 Aldo Pedemonte Genova
16 Marina Demergasso Genova
05 Domenico Bollettini Grottammare
03 Giorgio Zironi Modena
04 Sara Ravasio Modena
31 Stefano Zandolin Padova
32 Daniela Mancin Padova
10 Valerio Tonucci Pesaro
17 Amelio Marchi Rimini
18 Mario Finato Rimini
29 Leonardo Rossi Rimini
30 Giancarlo Nisi Mira - Venezia

Premettendo che la molla è stata l?entusiasmo e la passione per i lunghi viaggi, cose di questo genere spesso nascono per scommessa, a volte per sfida. Quest?ultimo è il nostro caso. Non la solita sfida ad effetto o da bar, ma qualcosa di più intimistico, forse la voglia di misurare i propri limiti in un?impresa possibile e non estrema, impegnativa ma non clamorosa. Ma sto perdendo il filo, volevo accennare alle motivazioni ?psicologiche? di questo viaggio e mi sono incartato, scusatemi.
L?interrogativo per noi promotori era: gliel?avrebbero fatta pochi dilettanti, seppure con una certa esperienza, a guidare un plotone di motociclisti dalle più disparate caratteristiche individuali, attraverso le creste montagnose più alte d'Europa, senza farsi o fare del male?
Questa era la posta in gioco, la vera impresa. Ed è magicamente riuscita.
E? pur vero che c?è stata un?accurata pianificazione a tavolino (personalmente mi confortavano recenti esperienze, la Grande Rotta l?avevo percorsa in su e giù appena l?anno scorso) e grazie a ciò mi sono sentito di proporre questo viaggio agli amici del club.
Il riscontro è stato positivo oltre la più rosea delle previsioni, visto i commenti finali dei partecipanti, ma non vorrei che questo scritto sembrasse un autoelogio.
Passo dunque a descrivere sommariamente l?avventura, anche se non prediligo redigere diari pedissequi. Quando viaggio non annoto quasi nulla, ma butto giù impressioni a memoria di solito quando sono impegnato in liberatorie sedute fisiologiche. Per questo spesso i miei diari fanno cagare. Speriamo che questo, oltre che come lassativo, sia apprezzato come ricordo dai protagonisti, un ultimo, piccolo regalo, che mi sento di dover fare a questi magnifici, eterni ragazzacci.


Sabato 29, Maggio 2004, la partenza.

Raramente il Piazzale della Vittoria di Forlì ha assistito, alle otto di mattina, ad una tale concentrazione di grosse moto da turismo perfettamente equipaggiate per le lunghe distanze. Soprattutto se si considera che questo raduno è avvenuto dopo una nottata di diluvio biblico, talmente forte che qualcuno si aspettava che da Viale Roma spuntassero i cornetti della coppia di giraffe imbarcata dal signor Noè nella sua Arca.
Nonostante l?inclemenza del tempo, la puntualità degli iscritti è stata impressionante, anche e soprattutto, di quelli provenienti da lontano. E se il buongiorno si vede dal mattino, non poteva esserci esordio migliore. Questo mi ha confortato da subito, se lo stesso spirito si fosse rinnovato per tutti i cinque giorni, il successo sarebbe stato garantito.
Da parte mia m?ero preoccupato di far venire a documentare l?evento Teleromagna, la TV locale, e Giorgio Sabatini, il fotografo ufficiale del Resto del Carlino, per dare un crisma all?iniziativa e solleticare l?esibizionismo di tutti noi partecipanti. Entrambi erano presenti, saprò poi che la TV ha mandato il servizio la sera stessa nel notiziario locale, mentre il giornale chissà quando, e se, lo pubblicherà. Li capisco, con tutto quello che succede in questa turbolenta città, chissà se troveranno spazio per una notiziola come questa.
Devo dire, con la punta di narcisismo che contraddistingue la maggior parte dei possessori di maximoto, che il colpo d?occhio di queste venticinque possenti macchine e dei loro superbardati piloti e passeggeri (le altre quattro ci aspettavano lungo il percorso) era davvero imponente. Insomma, in barba agli invidiosi, eravamo proprio belli a vedere. Dentro e fuori.
Personalmente, avendo l?onere di aver organizzato la grande scampagnata, sono stato piuttosto indaffarato ad accogliere i partenti, presentarmi ai nuovi, rilasciare interviste, distribuire roadbook e materiale vario, elargire i primi indispensabili consigli. Prima di avviarci ho tenuto un mini briefing sul programma del giorno con indicazioni del percorso e le varie soste tecnico-fisiologiche, rifornimenti, rendez-vous coi partecipanti da raccogliere per strada, eccetera. Poi Andrea ha spiegato la formazione dello Staff e il compito di ognuno di noi, individuabili grazie a giubbotti d?emergenza arancione personalizzati, appositamente preparati per l?occasione.
In pratica la formazione che avrebbe dovuto gestire le ventinove moto (da tener presente che una volta in marcia, si forma una fila impressionante che può variare da cinquecento a mille metri di lunghezza), era composta da un apripista (io) una moto scopa (Gabriele) e tre moto elastico (Reg, Andrea, Claudio). Questi ultimi avevano il compito di tenere unito il branco selvaggio, facendosi vedere nello specchietto dell?apripista col quale dovevano mantenere i contatti e compattando i ritardatari nei limiti virtuali formati dal battistrada e la moto scopa che chiudeva la fila, raccattando eventuali dispersi.
Detta così sembra un giochino per bambini scemi, ma provate a farlo in mezzo al traffico e in strade di montagna dove le andature diventano ventinove velocità diverse, i sorpassi creano voragini da un gruppetto all?altro, i bivi determinano incertezze, i centri abitati creano caos e via così, con altre mille situazioni imponderabili capaci di sconvolgere l?assetto di marcia.
Devo dire che a parte qualche incertezza iniziale, com?era nelle previsioni, e qualche altro piccolo inevitabile imprevisto, tutto ha funzionato in maniera egregia e, in pratica, non ci siamo mai persi.
In ogni modo ecco qua il resoconto della giornata.
L?ultimo a presentarsi, ma già pronto a partire è stato, come sempre il Reg. Arriva giusto in tempo per il secondo scatto della fotona di gruppo di Sabatini. Intanto l?eccitazione è salita alle stelle, in cielo navigano certi nuvoloni da paura ancora grevi di pioggia, ma ritengo che aspettare sia un?inutile perdita di tempo e decido di partire nonostante tutto sotto gli sguardi ammirati dei passanti, un po? sorpresi da quest?imponente serpentone e quelli immalinconiti dei ?fans? venuti ad assistere la partenza.
Tanto in un viaggio del genere la pioggia è da mettere nel conto. Ma per una volta la fortuna ci assiste, niente acqua fino alla vetta del Muraglione da dove si scorgono azzurre aperture di sereno, pressappoco sopra Firenze. Ciò ci rincuora e dopo un velocissimo caffè da Giovanni, io non sono riuscito a fare colazione per via degli impegni pre-partenza, ci tuffiamo giù nella discesa verso il sereno.
A Barberino quando ci fermiamo al casello per agganciare Stefano di Padova e il Tullo, sono le dieci spaccate e fa già caldo. Qualcuno si alleggerisce approfittando del lieve ritardo del mattacchione bolognese. L?altro, col suo TDM e la sua ragazza Daniela è puntuale. Ma qualche ragione per il lieve ritardo il Tullo l?ha, infatti, l?autostrada è un budello infernale piena in ogni ordine di posti e marciarvi dentro a passo sostenuto è una mission impossible.
Ci cacciamo dentro armati di coraggio e sfruttando la corsia d?emergenza negli intasamenti, riusciamo ad arrivare a Firenze, dove in direzione mare il traffico è più scorrevole. Per strada dovremo raccattare altre due moto, entrambe con passeggera, poi saremo al completo.
Allo stop di Lucca, prima stazione di servizio dopo la barriera, mentre iniziamo il primo rifornimento, si presentano i primi problemini summenzionati. Qualcuno è inopinatamente uscito dall?autostrada e s?è attardato e Claudio, importante elemento dello staff, ha un problema con l?olio dei freni. Ci contattiamo telefonicamente e lui riuscirà poi a risolverlo, raggiungendoci all?uscita di Millesimo, dove agganciamo Aldo e Marina, la coppia ligure.
Nel tratto autostradale Viareggio-La Spezia fino alle porte di Genova, insperabilmente sgombro, allungo un po?, ciò crea qualche sfilacciamento tra i più tranquilli, ma la mossa era necessaria per rientrare in media. Se non si approfitta della dritta, come si può sperare di recuperare nelle curve?
A Millesimo ci raggiunge anche Mario di Rimini che era stato costretto a tornare a casa per aver dimenticato una cosa importante e sfruttando l?autostrada è riuscito a recuperare in tempo. Bravissimo.
Mancano però quelli che hanno saltato il secondo rifornimento in autostrada, dimenticandosene, e Andrea Martello e Alessandro che si sono incartati negli svincoli di Genova, hanno sbagliato innesto e si sono ritrovati in centro, nella zona portuale.
Meno male che, dato che erano lì, non si sono imbarcati per qualche crociera di sogno verso i Caraibi, perché avremmo perso la giornata nel vano tentativo di ritrovarli. Nulla di irreparabile invece, perché ci ricompatteremo sul Colle di Tenda prima della galleria che porta in Francia. Una validissima conferma della teoria che se si segue il roadbook, è inevitabile che prima o poi ci si ritrovi. Qui ci aspetta anche Giorgio Zironi e sua moglie Sara di Modena, con le inconfondibili testate gialle del suo GS. Impossibile non notarlo, anche da lontano.
E così, incredibile ma vero, terminato questo palloso trasferimento, quando sbuchiamo dal lungo tunnel in terra d?oltralpe ci siamo proprio tutti, belli e brutti. Ventinove macchine meravigliose in fila indiana e trentaquattro persone cariche come non mai di adrenalina per l?avventura che ci aspetta.
Inutile nasconderlo, la cosa mi riempie di soddisfazione, e anche di orgoglio, in barba alle Cassandre che da giorni continuavano a dire: ah, vedrai che sarà impossibile tenere unite tante persone dalle andature così diverse!
Il gruppo dal canto suo è affascinato dal panorama e dallo stato delle strade, tutte poco trafficate e ben asfaltate, sicché il Col de Tende e il Brouis si snocciolano via che è una bellezza. Altro discorso il leggendario Col de Turini, stretto e impegnativo, dove penso di allungare per dar modo ai ?velocisti? di esprimersi.
Mi rimarrà appiccicato, come previsto, il solo Fantini, ma chi se lo scolla quello? Quando siamo in cima al passo dopo la tiratona liberatoria è sera, siamo tutti eccitati e reattivi nonostante i seicentotrenta chilometri, e gli ultimi dodici di magnifica, veloce discesa, ci conducono per mano fin quasi dentro il parco dell?Hotel a La Bollene.
Il luogo piace, così calmo e riposante, immerso nei boschi di larici delle Alpi Marittime con la veduta del piccolo paese sullo sfondo. Siamo tutti euforici ed appagati e la cena scivola via che è una bellezza, tra risate e battute di soddisfatto compiacimento. La prima lunga tappa è terminata. Da domani si fa sul serio, cominciano le Grandi Alpi.


Domenica 30 Maggio 2004, seconda tappa.

Come temevo mi sto dilungando. Questo diario rischia di diventare un romanzo. Tenterò di essere più conciso, anche se molto difficile, le cose da descrivere sarebbero tante, mi limiterò ai fatti, per la bellezza dei luoghi occorrerà ricorrere alle immagini o, meglio, ad un viaggio di persona.
Oggi primo ?vero? giorno di viaggio. Sarà indimenticabile. I tre riminesi, dopo aver valutato autonomamente le loro capacità e ritenendosi (secondo me a torto) di intralcio, molto urbanamente mi comunicano la loro intenzione di procedere del loro passo seguendo il roadbook da soli, visto che lo trovano ben fatto. Ci ritroveremo in hotel la sera. Non posso fare altro che accettare questa loro decisione.
Alla fine arriveranno molto prima. Logico, le soste quando si è in tanti si allungano enormemente e quando si sta fermi chilometri non se ne fanno, ahimè.
Il percorso si snoda lungo la discesa per Saint Martin Vesubie e il suo stupendo passo dal nome omonimo, quindi il gruppone scende verso la valle del Tinèe dove ci dividiamo dai riminesi perché io e il Reg, visto che dopo la telefonata all?ente preposto ci viene riconfermata la chiusura del Col d?Iseran che avremmo dovuto valicare domani (coi suoi 2770 metri è il più alto dei passi europei) causa l?eccezionale innevamento di quest?anno, abbiamo pensato di ?risarcire? i partecipanti portandoli al Gorges du Cians, una bizzarria della natura di queste sorprendenti Alpi Marittime.
Si tratta di una gola strettissima che a metà si stringe ancor più al punto che la vecchia strada è stata scavata nella roccia rossa ed in certi punti le pareti non distano più di due metri.
L?escursione imprevista riscuote gran successo e il numero impressionante di clic lo testimonia. Peccato che come sempre in situazione di luce critica, la macchina fotografica mostri i suoi limiti e non renda né le proporzioni, né gli incredibili colori di questi antri infernali.
Risaliti a Beuil rientriamo nel percorso originale e superiamo il passo della Couillole, sosta caffè a Valberg, bella stazioncina invernale e quindi ci attende il selvaggio, stupendo Col de la Cayolle che coi suoi 2327 metri non è per niente uno scherzo e ci fa toccare con mano la prima neve del viaggio. Mentre si scattano foto parlo con Tito consigliandolo di aggregarsi al gruppetto dei riminesi, così lui viaggia più tranquillo e la media del gruppo ne guadagna. Accetta di buon grado dimostrando comprensione, sarà la mossa che ci permetterà di proceder più spediti col gruppo. Troveremo lo stesso il modo di perdere tempo nelle soste, come già detto. A Barcelonnette ci ricongiungiamo tutti, ma mentre gli altri si sbafano baguette imbottite e insalatone, io e Reg dobbiamo compiere un?operazione di salvataggio essendo rimasto a secco l?equipaggio del TDM (molto poca l?autonomia di questa moto). Ne guadagnerà la linea, detto tra noi, il bisogno c?è. Per la verità riesco a sbocconcellare un paninozzo mentre assisto alla partenza della Formula Uno (vincerà Schumacher, al solito).
Poi tutti a fare il pieno a fine paese e si riparte per strade meravigliosamente scorrevoli e poco trafficate. E così ci divoriamo il coreografico e facile Col de Vars con la sua discesa-toboga fino a Guillestre dove risaliamo la valle dell?Ubaye, impetuoso fiume prediletto da kayakisti e rafters francesi. Ne fotografiamo alcuni impegnati a discendere le spumeggianti acque.
Poi dobbiamo valicare uno dei mitici passi famosi per le imprese dei ciclisti antichi e moderni, il Col d?Izoard, 2361 metri, dove in prossimità della vetta c?è un cippo a memoria del Campionissimo Fausto Coppi e del suo valido rivale Louison Bobet.
Prima d?imboccare l?ultimo tratto in ripida salita e subito dopo, il paesaggio è meraviglioso. Strapiombi impressionanti e dolci e verdi vallate lasciano il posto a guglie aguzze erose dal ghiaccio. Superfluo dire che sono costretto ad una sosta per immortalare la cruda bellezza che ci circonda. In vetta ancora neve, qui un po? più alta, specialmente sul versante nord. Si passa tra muri bianchi scavati dalle turbine.
Ma non è finita perché dopo la discesa e l?attraversamento di Briançon, una delle città alpine più grandi, c?incanaliamo nella scorrevole e maestosa Serre Chevalier che salendo dolcemente ci porta fino al Col du Lautaret, 2058 metri, da dove, deviando a destra, s?imbocca il mitico Col du Galibier, per me il più bello dei grandi passi francesi. Noi lo superiamo tramite il tunnel scavato accanto al rifugio a 2556 metri, purtroppo gli ultimissimi tornanti sono ancora chiusi. Di là i muri di neve superano i quattro, cinque metri.
Approfittiamo per fare una sosta al rifugio, il freddo è sopportabilissimo ma un caffè caldo fa sempre piacere, poi ci dilettiamo guardando passare una fila di grossi sidecar cabinati. Una moda da nordeuropei, chissà se attaccherà anche da noi, per me sarà difficile, a noi piacciono troppo le pieghe.
Infine il discesone e, attraversata Valloire, centro molto rinomato, di nuovo giù scendendo i tornanti del Col du Telegraphe che hanno la caratteristica di non avere un metro di piano, tutti i 15 chilometri sono in discesa per noi e in salita per la moltitudine di ciclisti che lo sfidano ogni giorno.
Giunti a valle, in quattordici velocissimi chilometri di superstrada siamo a destinazione, a Saint Jean de Maurienne. L?hotel è così così, ma non si può avere tutto dalla vita.
Ne trovo conferma anche a tavola ma, nonostante la pochezza della cena: poullet garnì, pollastro cotto in bianco con patatine, detta in italiano (in francese suona meglio, chissà perché), l?allegria impera e le battute si sprecano. Specialmente quelle rivolte al trolley di Matteo, un marchingegno da lui inventato per caricare il bagaglio, ricoperto da un telone bianco che fa tanto gelataio. Ride anche lui, ma mi sembra di captare una sfumatura amara ai frizzi e lazzi dei ragazzi scatenati, forse riteneva che la sua invenzione meritasse un po? più di considerazione. In ogni caso lo scorrere del vinello, incluso nel prezzo, sommerge tutto e la serata scivola via con un filo di gas.
Io intanto telefono e ho la conferma ineluttabile che l?Iseran è chiuso ma, meno male, hanno aperto la Madeleine. Questo mi permetterà di effettuare una deviazione più breve e assai più bella. Mi dicono anche che è chiuso il Col de la Colombière, e questo è un vero peccato. Comunque non demordo, vedremo domani, in loco. Siamo in stagione e la situazione può evolversi di momento in momento.
Il morale della truppa è talmente alto che riesco a convincere il gruppetto dei più lenti a marciare con noi domani. Tanto la tappa è stata forzatamente accorciata e avremo tutto il tempo per farla tranquillamente, inoltre le quattro gocce che cadono all?esterno fanno presagire una giornata umida, il meteo dà in arrivo una perturbazione e ce la beccheremo nei denti. Domani si andrà a rilento, quindi tutti insieme appassionatamente, e buonanotte al secchio.


Lunedì 31 Maggio 2004, terza tappa.

Inutile, sono ancora troppo prolisso. Mi sforzerò di stringere. Stamattina si parte, con comodo alle nove, per la variante del Col de la Madeleine, 2000 metri, chiuso fino all?altro ieri. Questo ci permette di evitare di scendere giù fino ad Albertville. La variante è bella, la strada si snoda tra costoni verdissimi, il paesaggio è molto ?alpino? e l?asfalto è infiorato da grosse frittelle di vacche francesi. A proposito le mucche qua sono molto charmant, vestite di un manto bianco e nocciola. Però quando si sale metà del panorama se lo mangiano i nuvoloni e sul passo, dopo le foto di rito, ci vestiamo da pioggia, sta cominciando a gocciolare. Scendendo comincia a fare sul serio e la nebbia, finché non scendiamo sotto i millecinquecento metri, è fittissima; procedo lentamente, i tornanti sono stretti e il serpentone scende serrato con molta prudenza. E? in questo tratto che Tito mi si appiccica alle costole asserendo di imparare le traiettorie, bisogna vedere se riesce a farlo lo stesso quando l?andatura si fa più veloce, ma così intanto ce lo portiamo dietro senza problemi.
In fondo alla discesa, all?ingresso della superstrada verso Bourg Saint Maurice mi viene segnalata la mancanza di due elementi, Matteo e Gabriele, la motoscopa. Sinceramente non so come abbiano potuto attardarsi tanto e sbagliare strada, sono sceso ai tre all?ora. Ma dopo pochi minuti arrivano, il problema è rientrato. Dopo la città ci aspetta il bellissimo e selvaggio Cormet de Roselend, alto ?solo? 1968 metri, ma molto pittoresco e suggestivo. In cima molta neve, mentre il lago con la chiusa della grande diga è inspiegabilmente mezzo vuoto. Forse la stagione del riempimento inizia adesso, arrivano giù certi cannoni d?acqua! Eppoi i colori in questa giornata piovosa sono tutti smorzati; peccato, in estate ho visto certi scorci, quassù. Scendiamo il versante opposto che è tutto diverso, la strada è immersa in un?imponente foresta di abeti altissimi, sprofondata in un verde impressionante. A Beaufort, graziosissimo paesino di villeggiatura, ci rifocilliamo. Ottima la patisserie-boulangerie, però il distributore è chiuso. Da queste parti è appena terminata la stagione invernale e molti esercizi si prendono un periodo di ferie.
Qualcuno, Stefano del TDM ma soprattutto Andrea Martello col suo S, comincia ad andare in fibrillazione per la paura di rimanere a secco. Io so di dover attraversare parecchi centri turistici e in almeno uno di questi troveremo benzina però, quando anche a Flumet troviamo chiuso, scatta un po? di paranoia. Dobbiamo scalare l?Aravis (bello) e a la Clusaz, grande stazione invernale, la troveremo di sicuro. Costoro, i paranoici, a calcoli fatti, hanno ancora 40-50 chilometri d?autonomia e il grosso paese ne dista poco più di venti. Il margine di sicurezza dunque c?è, ma loro si preoccupano oltre il dovuto, anche perché siamo attrezzati con la gommina ed eventualmente siamo in grado di fare una trasfusione. Mica li lasceremo a piedi perdio! Mi sgolo a ripeterglielo, ma pare che non mi ascoltino.
Quando finalmente arriviamo a la Clusaz, un po? a malincuore per la magnificenza dei paesaggi che ci lasciamo alle spalle (è su questi passi che col bel tempo si ha la veduta del gigante Monte Bianco, ma oggi non è possibile), i paranoici del rifornimento sono soddisfatti. Si fa il pieno, tutti. Solo che dopo l?angoscia della giornata c?è qualcuno, Matteo e Gabriele, che asserendo di essere a metà serbatoio, con aria di sufficienza si rifiutano di farlo.
Devo ammettere che in questa occasione ho perso un po? le staffe, dopo lo stress cui sono stato sottoposto negli ultimi chilometri e il continuo rassicurare quelli a corto, ma forse loro non se ne sono resi conto e sono rimasti all?oscuro delle ambasce altrui. In questo frangente ho dovuto alzare un po? la voce per far riempire il serbatoio ai recalcitranti, e me ne scuso, ma dico: ci vuol tanto a capire che non sarebbe stato giusto poi far aspettare trenta persone per due che non si sono riforniti per sfatica? Va beh, proseguiamo che è meglio.
Siamo ad un tiro di schioppo dal bivio per la Colombiere e dentro di me non mi rassegno al fatto che sia chiuso, chiedo al vecchietto del distributore e lui mi conforta dicendomi che gli risulta ?Ouvert?, però non è sicuro e mi dice di guardare i cartelli segnalatori a Saint Jean de Six, a tre chilometri da lì. Eseguo con la speranza nel cuore, ma i cartelli dicono ?Fermè?. Ancora non mi rassegno, vedo troppo traffico provenire in senso contrario, così fermo il plotone e seguito come un?ombra da Fantini e Fausto, alle prime case mi fermo a chiedere.
La prima risposta è negativa, ma insistendo una signora assai gentile mi avvicina e mi dice che sì, ufficialmente è ancora chiuso, ma in realtà si passa e quindi, a nostro rischio e pericolo, possiamo andare. Non mi par vero e incarico il fulmine Fantini di andare a chiamare il branco e così, in pratica di straforo, ci siamo potuti godere il bellissimo passo e l?ancor più bella discesa fino a Cluses.
A proposito di velocità, a questo punto mi sembra doveroso spendere due parole: per tutto il viaggio ho tenuto una media che fosse agevole per tutti, e spesso sono andato veramente piano per compattare il gruppo. Eppure nonostante ciò, ci si ?allungava? ugualmente, quando in testa si va ai settanta, in fondo devono correre, questo è noto. Nello stesso tempo però sentivo la ?pressione? a stento repressa dei più veloci che trattenevano la voglia di schizzare via, soprattutto nei tratti sgombri ed invitanti.
Devo dire che mi è costata non poca fatica mediare tra queste due opposte esigenze e so che per elementi come Fantini, Zampiga, Franco, Fausto ed altri, questo è stato un sacrificio. Sono stati in ogni caso bravissimi a non farlo pesare per solidarietà e rispetto verso gli altri, cosa indispensabile quando si viaggia in gruppo e di questo devo ringraziarli.
Ovviamente non sono mancate le battutine dell?irruente Fantini che spesso mi stuzzicava, chiedendo: ma quando facciamo un pezzo di strada abbastanza motociclistico?
E, visto che l?uomo non è di legno, in qualche tratto abbiamo, per così dire, mollato i cani, come sul Turini e nel tratto velocissimo fatto di curve e controcurve verso Les Gets. Per qualche minuto i velocisti si sono sfogati, me compreso; da qualche parte l?adrenalina va pur scaricata, perbacco!
Ma anche viaggiare di conserva è stato bellissimo, in quei tornantoni larghi che danno ampia visibilità, mi sono girato spesso a guardare il lunghissimo serpentone che mi seguiva e posso garantirvi che è uno spettacolo davvero emozionante.
Alla rotonda di Cluses, città piuttosto grandina, mi perdo come tutte le altre volte (qui la segnaletica è un po? farlocca) ma rimedio subito e rientriamo ben presto nella Route. Annoto per i posteri alla prima rotonda occorre girare in senso antiorario per circa 300 gradi, imboccare lo stradone direzione Thonon, quindi all?incrocio a destra seguendo le indicazioni Morzine e Taninges si rientra nella Rotta delle Grandi Alpi.
Ad ogni modo perlomeno a Cluses non spioviggina più, anzi pare che si apra un po?, ma le previsioni per domani non sono per niente buone e se piove in Svizzera sarà dura. La giornata si chiude in bellezza con una breve sosta caffè al Gorges du Diable, poi a Le Jotty storica foto di gruppo sotto il primo cartello che segnala la Route des Grandes Alpes. Per noi ovviamente, provenendo dal senso opposto, è l?ultimo e questo scatto suggella la nostra fatica. I compagni di viaggio sono stregati dalla bellezza del percorso e mi sommergono di ringraziamenti, ma il merito è di madre natura, io li ho solo accompagnati in questi siti stupendi.
Ancora caldi ed eccitati per l?impresa, ci apprestiamo a percorrere l?ultimo tratto che ci separa da Chatel e dal meritato riposo. Una trentina di chilometri dentro una bella gola e, causa una deviazione per lavori, entriamo in paese dal basso, sicché l?albergo, contro il quale andiamo quasi a sbattere, mi sfugge, intento come sono ad orientarmi. Se ne accorge qualcuno delle retrovie e dopo un rapido dietrofront prendiamo possesso di ampie e comode stanze. Le coppie tutte nel corpo centrale, gli altri nella vicinissima dependance. Siamo arrivati tutti al gran completo.
A cena ci attende una gradevolissima sorpresa, tavole graziosamente imbandite e menù tipicamente savoiardo, con piastra rovente sul tavolo per cucinarci la squisita carne a fettine. Il vino scorre copioso e l?allegria regna sovrana. La smorzo un po? comunicando l?orario per l?indomani. Si partirà alle otto, dopo la colazione anticipata alle sette e mezza.
Mentre cenavamo ho fatto una mano di conti tenendo conto delle condizioni climatiche avverse. Domani ci attende il tappone e bisogna partire prima possibile. Ho già notizie sicure sulla chiusura del passo della Forcola, quello che dal Bernina conduce a Livigno, perciò sarò costretto ad una deviazione allungandomi fino a Zernez, per poi arrivare in Italia attraverso il tunnel del Gallo. Il problema è che, oltre ad allungare un po? il percorso, questo tunnel chiude alle otto di sera e non posso rischiare di trovarlo chiuso. Viaggiando con la pioggia le medie sono basse e inoltre dobbiamo scalare i famosi sei passi oltre i duemila. Sicuramente qualcuno sarà chiuso e sarò costretto ad apportare modifiche strada facendo. Sono un po? preoccupato, ma lo tengo per me. Inutile guastare la festa a questi meravigliosi compagni d?avventura. Ci penseremo domani nella terra dei formaggini.


Martedì 1 Giugno 2004, quarta tappa.

Il grande e temuto tappone svizzero è arrivato. Oggi succede un po? di tutto e sarà un problemino sintetizzare. Mo? ce provo.
Tutti d?accordo dunque a partire alle otto e tutti pronti cinque minuti prima come sempre, tranne due. Provate ad indovinare chi sono. Trentadue centauri coi motori in moto, con oltre cinquecento chilometri da sgranocchiare su e giù per le più ostiche cime svizzere, sotto un cielo gravido di pioggia fermi ad aspettarne uno che è in ritardo e s?incarta a legare il già tanto criticato trolley e il suo compagnuccio di stanza, che ad onor del vero si dà una mossa e dopo un po? ci raggiunge. Anche perché devi chiudere la fila, vero Gabriele?
Io mi adopero, Dio mi è testimone, cercando di calmare la smania degli altri trentadue che vogliono partire, esternando tutta l?olimpica calma di cui sono capace, ma ad un certo punto, visto che dopo un quarto d?ora di lasco, nulla si muove, all?ennesima protesta ?ufficiale? sono davvero costretto a partire. Non posso scontentare il gruppo per favorire un singolo che dà l?impressione di sbattersene degli altri, chiunque sia, fosse pure mio fratello. Farò poi a passo di lumaca l?attraversamento del paese e i primi venti chilometri al rallentatore, dandogli così la possibilità di rientrare, ma evidentemente non ne ha affatto l?intenzione perché non appare.
Probabilmente ha deciso di rientrare da solo e avrà avvisato qualcuno dello staff, penso. Intanto ho anche la preoccupazione di superare la frontiera svizzera perché Daniela, la padovana, non ha i documenti. Fortunatamente il doganiere è dentro il casotto e visto il tempaccio non si scomoda ad uscire, un cenno col capo e ci lascia passare: questa è andata. Nulla di grave, ma sarebbe stata sicuramente una perdita di tempo prezioso.
Imboccata l?autostrada verso Sion, scorgo il primo cartello informativo sui passi. Sono tutti verdi tranne il Nufenenpass, se persisterà la chiusura dovrò modificare per forza il giro. Vedremo più avanti. Intanto minaccia pioggia, ma per il momento tiene, ovviamente siamo tutti vestiti da bagnato, non c?è da aspettarsi nessuno sconto da questo tempo.
Infatti, quando prima di Brig ci fermiamo per i primi rifornimenti (la stazione è piccola e dovremo fare un?altra sosta), sempre a beneficio del TDM e degli S, comincia a piovere. Per Massimo, purtroppo, piove sul bagnato perché, nonostante le raccomandazioni, ha istintivamente fiancheggiato e poi superato una vettura in zona divieto. Come ci fermiamo, zac! Appare la pula crociata e gli appioppa una multarella di 80 Euri. Dispiace un po? a tutti, ma qua è così che funziona. Rimarrà comunque un caso isolato, per tutto il resto del viaggio su questo fronte è andato tutto liscio. Quando stanno per terminare i rifornimenti vediamo passare il nostro ritardatario col suo cassonetto bianco, ci vede e prosegue, non ci fa neanche ciao con la manina! Non ci preoccupiamo più di tanto, a pochi chilometri c?è la deviazione per il Sempione, l?Italia è ad un tiro di schioppo per chi volesse rientrare anticipatamente. Basta solo avere l?accortezza di dirlo, in questo viaggio ognuno di noi è sempre stato libero di fare ciò che meglio preferisce purchè non fosse d?intralcio agli altri.
Via via, che il tempo stringe! E piove. Tiro fino al punto obbligato di Ulrichen, il paese con la biforcazione per il Nufenenpass. Urge un briefing volante. Strada facendo ho pensato a cosa fare.
Visto che il passo è veramente chiuso e davanti a noi si presentano cupi nuvoloni, avrei pensato di suddividere il gruppo, proponendo due itinerari alternativi.
Uno per i tranquilli, l?altro per i temerari. I primi dovranno procedere dritto, superare il Furkapass, che pur essendo il più alto è quello più transitato e sarà sicuramente aperto. Una volta scesi, si ritroveranno nella famosa cittadina di Andermatt, dove aspetteranno al calduccio di qualche ristorante l?arrivo del secondo gruppo.
I temerari, anziché fare l?ottovolante previsto nel programma, dovranno fare il percorso al contrario, prima il Grimselpass, poi il Sustenpass, quindi il Furkapass su e giù (volendo) e tornare ad Andermatt per il rendez-vous con gli altri e tutti insieme uscire da questa diabolica sacca attraverso l?Oberalppass. In sostanza di sei passi in sequenza i temerari ne farebbero quattro, i tranquilli due. Mi sembra una soluzione di tutto rispetto calcolando che lassù stavolta, oltre ai soliti muri di neve, potremmo trovare la bufera.
Dopo una breve consultazione fatta in un piazzale, ci dividiamo. I temerari sono molti di più di quanto mi aspettassi, l?idea di affrontare peripezie evidentemente è ruffiana e raccoglie proseliti. Dalla parte dei temerari conto ventidue moto, mentre sei si coagulano coi tranquilli e una, come già detto, ha preso la via di casa. I conti tornano. Quello che in quel momento mi è parso straordinario è che a quel punto del viaggio ne mancasse solo uno e, cosa ancor più eclatante, che le coppie, tranne Giorgio e Sara di Modena, si fossero aggregate tutte ai temerari. A questo proposito, consentitemi di dire una parola sulle fantastiche donne del gruppo.
Sono state meravigliose, mai un lamento, mai una fisima oserei dire, tipicamente femminile. Tutti sappiamo quando il gioco si fa duro, quanto sia importante nei gruppi l?intesa con le donne, basta poco per rovinare la festa. Stavolta siamo stati davvero fortunati, hanno dimostrato un coraggio ed un?abnegazione stoici. Brave. E questo, di sicuro, non mancherò di sottolinearlo nella serata finale, vale a dire stasera a Livigno. Sempre se ci arriveremo! Sarà meglio dunque darsi una mossa, ancora mica sappiamo cosa ci aspetta.
Risaliamo dunque la poderosa salita, incarognita dalle condizioni climatiche. Ai lati paesaggi cupi e lugubri, strapiombi da brivido e larghe falde innevate. Lassù le cime si perdono in una gelida nebbia biancastra e il roccioso muso inanellato di geometrici tornanti incombe. A Gletsch, ultima stazione all?aperto del leggendario trenino delle Alpi e punto di passaggio obbligato, ci dobbiamo per forza separare. I tranquilli vanno dritto, noi temerari giriamo a sinistra e cominciamo subito a salire verso il Grimselpass.
Appena imboccata questa stupenda strada che assomiglia troppo ad una pista per andare piano, noto un piccolo cartello appoggiato lì che indica strada senza uscita, ma non ci faccio caso. Fino a quel momento tutti i segnali davano passo offen, aperto. Quindi ci proiettiamo in vetta e qui ci scanniamo a scattare foto tra muri di neve alti cinque o sei metri (vedere per credere), solo che pochi metri più in là, oltre il rifugio, la strada è sbarrata, geschlossen, closed, fermè.
Attimi di scoramento e indecisione, poi facciamo un sopralluogo a piedi, c?è una sottile patina di neve alta cinque o sei dita che copre l?asfalto per una trentina di metri, oltre, la strada s?incastra tra muri bianchi ma sembra tutto pulito. Mi sembra strano che sia chiuso un passo solo per quel breve tratto innevato, magari più giù c?è qualche impedimento più grosso.
Siamo lì indecisi sul cosa fare, quando vediamo sbucare una Mercedes che risale la strada. Alla guida una signora, all?apparenza americana o tedesca, col marito di fianco. Vedendoci lì in piedi si ferma preoccupata della poltiglia. Ne approfittiamo per tempestarla di domande. In uno stentato inglese riusciamo a capire che fino a quel punto la strada è assolutamente sgombra e percorribile, il che è logico se gliel?ha fatta lei con gomme normali?
Rianimati dall?informazione ci adoperiamo spingendo la vettura che stava patinando e liberiamo il passo spostando la sbarra. Lei ci ringrazia con uno sguardo tra lo stupito e l?incredulo e noi a quel punto, com?è ovvio, decidiamo di passare. Piano piano, piedoni fuori a mo? di pattini, lasciando scorrere la moto ce la si può fare.
Solo un paio dei temerari a quel punto ha rinunciato e ha fatto dietrofront per raggiungere i tranquilli, tra cui la coppia di freschi innamoratini Max ed Elisabetta. Forse hanno sopravvalutato il pericolo, impegnati come sono a fare cucci cucci dal momento della partenza. Con loro, e di questo mi stupisco, anche il Tullo ma, preso come sono dall?impegno di aiutare gli altri nel difficile passaggio, me ne rendo conto quando ormai se la sono data. Pazienza, il gruppo si è assottigliato ma di poche unità. Sorprendenti Aldo e Marina, la coppia di Genova che a bordo della loro RT non hanno paura neanche del diavolo. E così si va.
Adesso pontificare il pezzo di strada che abbiamo fatto a scendere fino al primo paese, potrebbe sembrare scontato. Mi libero dicendo che non ci sono parole, è un?esperienza da fare e basta, ogni descrizione sarebbe sprecata. A parte che d?estate è una vera pista e quindi consiglio agli amanti della velocità di farla nella stagione adatta se vogliono divertirsi davvero. Noi la percorriamo a velocità di sicurezza ma ciò non toglie che ne rimaniamo affascinati. Quando giungiamo al paesetto di Guttanen ci fermiamo per un break mangereccio e per fare il punto della situazione.
M?informo e risulta che il passo successivo, quello che dovrebbe portarci verso Andermatt, il Sustenpass, è inesorabilmente chiuso. A parte che mi secca di non poterlo fare perché è veramente bello, il problema vero è che a questo punto i casi sono solo due. O facciamo una deviazione talmente lunga che non voglio neppure calcolare sulla carta (attorno ai 150 chilometri, ad occhio), oppure ritorniamo sui nostri passi e tentiamo di passare la poltiglia nevosa in cima. Secondo me ce la facciamo bene, alcuni, neanche tanti, sono indecisi, ma che altro fare?
Titubare ci porta via troppo tempo, perciò facciamo dietro front dopo aver sbocconcellato qualche wurstel e un po? d?insalata. L?avventura continua, ma ancora non sappiamo quanto.
Se la strada era bella in discesa, figuriamoci in salita. Abbiamo la fortuna che nel frattempo s?è un po? schiarito il cielo e per qualche minuto ha smesso di piovere. Ci proiettiamo verso la cima, 2165 metri, ma poco prima della vetta, un cantoniere su una grossa jeep ci fa ampi cenni di fermarci. Io fingo di non vedere e proseguo sparato seguito da Fantini e qualcun altro, superiamo di slancio il tratto innevato e spostiamo la sbarra al volo per chi sta sopraggiungendo. Solo che non sono tutti così veloci e riusciamo a passare appena in tre o quattro prima che il signore di prima, incazzato come un orso, ci raggiunga e chiuda la sbarra di nuovo con aria truce e radiolina in mano minacciando di chiamare la polizei.
A questo punto potete immaginare che è successo di tutto e di più. Noi tre o quattro di qua, tentiamo di rabbonire il tipaccio che tra l?altro ostentatamente parla solo tedesco e quindi non capiamo nessuno una mazza. Quelli che sono arrivati e rimasti bloccati di là, ci raggiungono e a turno, imprecando, buttano su la propria fascina.
Il tipo vedendosi accerchiato si barrica dentro la macchina e chiude il vetro e comincia a digitare sulla radiolina. La faccenda sta prendendo una brutta piega, anche perché, esasperato, Massimo lo manda a fare i bocchini in romagnolo, ma questo lo svizzerone lo capisce benissimo. Al che s?incazza ancor più, com?è logico. In fin dei conti in torto siamo noi e pur facendo gli gnorri è difficile produrre una ragione valida.
Occorre un intervento diplomatico, con appello al suo buon cuore, in fondo dietro quella rude scorza di grosso montanaro, batterà pure qualcosa no?
Allontano più che posso i focosi ragazzi e tento, in un penoso inglese, di far capire al bestione che siamo un gruppo e siamo rimasti tagliati fuori dalla chiusura dell?altro passo. Gli indico la cartina, questo ripete: italiani sempe banditi, polizei, polizei. Ci accusa di fare sempre i furbi, noi italiani?ma quando mai? Non sono molto soddisfatto del risultato, ovviamente. Sennonchè, dai e dai, pare che si apra una breccia nella rude scorza e avuta soddisfazione, il tipo ci concede di rispostare la sbarra e uscire da quest?incresciosa e, devo dire, poco onorevole situazione. Alla fine tutto è bene quel che finisce bene, come sempre, e la disavventura ?diplomatica? diventerà argomento di discussione, ma anche di animazione della giornata. In fin dei conti, l?avventura è l?avventura.
Ma non è ancora finita. Intanto ci facciamo il Furka, il re dei passi svizzeri, sotto il nevischio e le foto che scattiamo al rifugio mostrano l?impressionante altezza raggiunta dalla neve. Passiamo, ma la pericolosa discesa senza parapetti sull?altro versante la facciamo a passo d?uomo. Meglio non stuzzicare la buona sorte. Finalmente giungiamo ad Andermatt e iniziamo a rifornire alla pompa. Altra sorpresina, qui mi accorgo che il Reg, la mia spalla, ha la ruota posteriore sgonfia. Ha forato.
Attimi di semipanico, intervenire con un freddo simile non è agevole e, visto che non è del tutto a terra, proviamo a gonfiarla. Niente che tenga, visto che procederemo lentamente, gonfiandola di tanto in tanto potremmo tentare di arrivare a destinazione. La bomboletta la useremo in extremis.
Quando abbiamo rifornito tutti faccio il punto, la situazione è la seguente: il ricongiungimento programmato non è avvenuto in quanto il gruppo dei tranquilli, essendo rimasti choccati dalla neve sul Furka ha deciso di guadagnare tempo proseguendo, mentre i tre riminesi hanno optato per deviare e rientrare in Italia passando dal Gottardo che da Andermatt dista pochi chilometri. Naturalmente di questo sviluppo sono stato opportunamente informato telefonicamente da Andrea Martello, durante il nostro fugace pasto. Tutto sommato, il risultato è confortante e le vittime lasciate sul terreno sono inferiori alle previsioni, visto il tempaccio. Tempaccio che ci accompagnerà inesorabilmente per tutto il tragitto, per quanto è lungo fino al tunnel del Gallo.
Devo aggiungere che durante quest?interminabile tratto, che in condizioni appena accettabili, sarebbe stato splendido, ho avuto continuamente l?assillante patema di non riuscire a condurre a destinazione la pattuglia dei valorosi ventidue superstiti, prima che questo maledetto tunnel chiudesse i battenti. Sarebbe stato un dramma. Questo stress l?ho pagato al casello dove sono andato in tilt dopo il calo degli zuccheri dovuto al rilassamento per avercela fatta, otto ore sotto un?incessante pioggia con quest?ansia in gola lasciano il segno su chiunque.
Poi la serata finale nel bell?albergo e la ricca cena con menù dedicato a base di pizzoccheri e filettino, ci ha riconciliato con il resto del mondo. La vita è bella. Ad attenderci al Saint Michael, al posto dei ritirati, c?erano un amico di Andrea Galassi di Brescia con una RT e, udite, Ugo Davanzo e signora con incipiente pancetta premaman! Con Ugo ero in continuo contatto telefonico e lui doveva essere dei nostri a Chatel, ma una rottura meccanica del nuovo GS l?ha appiedato, però non volendo mancare all?appuntamento ha noleggiato una beetle decappottabile e ci ha impavidamente raggiunto a Livigno. Tutti abbiamo apprezzato la loro compagnia e durante la gradevolissima serata ho distribuito, al posto del solito gadget, un oggetto che ha riscosso grande approvazione dagli eroi di quest?avventura giunta, qui a Livigno, praticamente al suo epilogo.
Infatti, ho pensato di ?premiare? tanta passione e costanza anziché con la solita maglietta, con un simpatico diploma, debitamente personalizzato e stampato in vera finta pergamena, col quale ho insignito, honoris causa, tutti i partecipanti del titolo di Capriolo Coraggioso, che potrà essere usato ad ogni effetto di legge (ehi, sto scherzando?). Ma a parte le burle la cosa è davvero piaciuta e sono convinto che ognuno di noi l?incornicerà. Un viaggio del genere in tanti, non è cosa da tutti i giorni e devo dire che dagli entusiastici ringraziamenti, ma soprattutto dalla luce di soddisfazione dei loro sguardi che tutti si sono veramente divertiti, e senza farsi male, il che è la cosa più importante.
Come promesso, ho ringraziato le signore per la sorprendente abnegazione e coraggio dimostrati e quindi tra un brindisi e l?altro s?è fatta l?ora dei commenti finali e perché no, anche delle critiche, devo dire, molto poche e assolutamente bonarie.
Per domani, il giorno del rientro, il briefing non è necessario, il gruppo infatti si sfalderà. Oltre ai riminesi rientrati in anticipo (sono fermi sul lago di Como e torneranno anche loro domani), alcuni rimangono a Livigno, altri, i non romagnoli per intenderci, avendo destinazioni finali diverse, ne approfitteranno per fare itinerari alternativi. Deciso che il Gavia non si farà, il tempo minaccia ancora e 2600 metri sono troppi per rischiare, scenderemo fino a Grosio e ci spareremo un bel Mortirolo, così tanto per chiudere in bellezza, poi ce ne andremo a casa. Oltretutto vi è appena transitato il Giro d?Italia e sarà asfaltato di nuovo. Partiremo con comodo verso le dieci, dopo il rifornimento e un breve shopping. Il Reg deve anche sistemare la gomma che ha tenuto miracolosamente fin qui con qualche gonfiatina di quando in quando.


Mercoledì 2 Giugno 2004, il ritorno.

Finalmente una tappa, anche se di quasi cinquecento chilometri, fatta in relax. Dopo i saluti a chi rimane partiamo, davanti schizza Ugo in macchina per fotografarci sul Trepalle. A Bormio ci scindiamo ancora perché un gruppetto vuole tentare il Gavia, visto che il tempo sta migliorando e si sono aperti squarci di sereno. Io sarei per andare con loro, ma la maggioranza decide per il no e m?inchino al suo volere.
Scendiamo giù verso Tirano attraverso gli interminabili tunnel (che palle!) e dopo Grosio deviando a sinistra, ci facciamo quella chicca chiamata Mortirolo. Non male per chiudere in bellezza, in cima tutti sono di nuovo belli carichi ed euforici.
Foto come piovesse e sosta mangereccia nella piccola trattoria subito dopo la vetta, dove gli pseudogays Tullo, Gabriele e Massimo danno sfogo alle loro più turpi libidini, mimando sconci atti sessuali? mentre i ?normali? a tavola si pappano delle lasagne, ma papparsi lasagne precotte sul Mortirolo è mica tanto normale, non credete? Non infierisco su questi gusti barbari perché anch?io ho fatto parte di questo gruppo.
Poi, nella tortuosa discesa, ancora tempo per qualche foto in movimento ed infine a Breno, l?ultima definitiva scissione. I più frettolosi vogliono prendere l?autostrada e vanno, noi, che non a caso siamo rimasti i cinque dello staff più l?amico bresciano che ci accompagnerà fino in tangenziale, continuiamo per la strada normale, scendendo via Mantova, Ferrara e Ravenna, fino a Forlì, lungo la così chiamata transpolesana, una direttrice scorrevolissima e scevra di traffico.
Giunti finalmente nel zitadòn, pensiamo di immortalare l?evento facendoci fotografare da un incauto passante, fieramente impettiti, davanti al palazzo di vetro della Fiera. Un?immagine da consegnare alla storia.
Comunque, ironia a parte, siamo appagati e felici, soddisfatti che tutto sia filato liscio e, rassicurati dai messaggi telefonici sul rientro di tutti a casa propria, guadagniamo il nostro nido, separandoci però con un latente messaggio celato nello sguardo. A rivederci alla prossima avventura!

Manlio.

Qualche cifra e curiosità sulla Grande Rotta.

(I dati sui consumi sono stati rilevati con la mia BMW R 1150 GS Adventure)

Totale Km. percorsi 2.363 (previsti 2.369, il chilometraggio curiosamente collima, ma è un fatto casuale, infatti al percorso originale sono stati aggiunti e tagliati alcuni tratti).

Totale litri di carburante consumati: 122

Media chilometri/litro: 19,36 (questo rilevamento è sufficientemente attendibile perché la media oraria è stata piuttosto bassa per quasi tutto il viaggio).

Totale olio motore consumato: 550 gr.

Totale passi superati: 26 (calcolando dal livello del mare il dislivello totale dei passi ammonta a 47.200 metri).

Numero di volte che siamo passati a 2.000 metri e oltre: 12

Per ulteriori info: Bmw Moto Club Romagna